Non avrei dovuto aprire io la porta.
Lo so mentre lo faccio.
Lo so dal secondo esatto in cui i miei occhi incontrano i suoi.
È l’amico di mio fratello.
Uno di quelli che ho visto mille volte di sfuggita, sempre di passaggio, sempre “off limits”.
Eppure oggi è diverso.
Entra in casa e l’aria cambia.
Non succede niente, eppure succede tutto.
Parliamo del più e del meno, frasi normali, inutili.
Ma io sento ogni suo movimento, ogni passo dietro di me, ogni volta che la sua voce mi arriva troppo vicina all’orecchio.
Quando si toglie la giacca, non riesco a non guardare.
Quando incrocia le braccia, sento una stretta allo stomaco.
Quando sorride, penso: non dovresti.
Siamo soli.
Lo sappiamo entrambi.
E nessuno dei due dice la cosa più ovvia: che ci stiamo pensando da troppo tempo.
Ci sediamo sul divano.
Troppo vicini.
Le sue ginocchia sfiorano le mie.
Non si sposta.
Io nemmeno.
«Sei sempre stata così…?»
La sua frase resta sospesa.
Lo guardo.
«Così come?»
«Così pericolosa.»

Sorrido.
Ed è lì che capisco che è finita.
Il silenzio diventa pesante, denso.
Lo sento respirare più piano.
Sento il mio corpo reagire prima ancora che la testa riesca a fermarlo.
La sua mano si muove.
Non mi tocca subito.
Mi sfiora.
Appena.
Come per chiedere permesso senza usare parole.
«Dimmi di fermarmi.»
La sua voce è bassa.
Sporca già così.
Non lo faccio.
La sua mano trova la mia coscia.
Lentamente.
Troppo lentamente.
Mi si chiude la gola.
«Non dovremmo…»
«Lo so.»
«E allora perché…?»
«Perché ti voglio da quando fai finta di non guardarmi.»

Quelle parole mi colpiscono più di qualsiasi gesto.
Mi volto verso di lui.
I nostri volti sono a un respiro di distanza.
Il bacio non è romantico.
È necessario.
Affamato.
Come se ci stessimo trattenendo da mesi.
Le sue mani diventano più sicure.
Le mie meno timide.
Ci tocchiamo come fanno le persone che sanno che è sbagliato… e proprio per questo è migliore.
«Se entra qualcuno…»
«Non entrerà.»
«E se tuo fratello....»
«Non pensarci.»
«È difficile quando sei così...»
La sua bocca scende.
La mia testa va indietro.
Mi mordo il labbro per non fare rumore.
«Dimmi cosa vuoi.»
«Te..»
«Dove?»
«Ovunque...»
Le mani, i corpi, il divano che scricchiola appena.
Dopo qualche minuto aveva già la testa tra le mie gambe.
E io lo lascio fare.
Il tempo smette di esistere.

«Così ti piace..?» mi chiede mentre continua a leccarla, a disegnare dei cerchi con la lingua sul mio clitoride.
«Sì… così… non fermarti… »
«Sei incredibile quando ti lasci andare.»
«È colpa tua...»
Tengo la sua testa schiacciata in mezzo alle mie gambe, mentre mi scappano dei gemiti più forti.
Mi contraggo.
Vengo con la sua testa tra le gambe in pochi minuti.
Quando ci fermiamo, perché dobbiamo, siamo senza fiato.
Disordinati.
Sconvolti.
Ci guardiamo sapendo che non è stata una cosa da una volta.
È stato l’inizio.
«Questo resta tra noi.»
Annuisco.
Ma nel mio sguardo c’è già la verità.
So che lo rifaremmo.
Con più calma.
Con più fame.
Con ancora meno controllo.
Il suono del citofono ci distrae.
"Appena in tempo..." dice lui, sorridendo.
E' arrivato mio fratello.